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Great Place to Work
Come ottenere la certificazione Great Place to Work: requisiti, punteggio minimo, costi e processo. Tutto su Trust Index e Best Workplaces.
Per ottenere la certificazione Great Place to Work, un’azienda deve somministrare ai propri collaboratori il questionario Trust Index™, raggiungere una partecipazione minima valida, soddisfare i criteri di significatività statistica e ottenere un punteggio medio almeno pari al 60%. Da lì può accedere alla certificazione e, se rientra tra le migliori realtà analizzate, competere per la classifica Best Workplaces.
perché questo percorso conta non solo per l’employer branding
Una Certified Company è un’organizzazione in cui la qualità dell’esperienza lavorativa viene riconosciuta direttamente dalle persone che la vivono. Questo è il primo elemento distintivo del framework Great Place to Work: non è l’azienda ad autodichiararsi eccellente, né un soggetto terzo a basarsi solo su policy o documentazione. Il punto di partenza è la percezione dei collaboratori, raccolta con una metodologia standardizzata e comparabile.
Per questo motivo la certificazione ha un valore diverso da un semplice badge reputazionale. È una validazione che parte dall’ascolto e restituisce all’azienda una fotografia strutturata del proprio clima, utile sia in chiave di posizionamento esterno sia, soprattutto, in chiave di miglioramento organizzativo.
Alla base del processo c’è il Trust Index™, il modello di indagine sviluppato da Great Place to Work a partire dagli anni ’80 e oggi utilizzato in modo coerente in numerosi Paesi. Il modello misura la qualità dell’ambiente di lavoro attraverso cinque dimensioni: credibilità, rispetto, equità, orgoglio e coesione. Ciascuna dimensione osserva aspetti concreti della relazione tra persone, management, lavoro e colleghi, attraverso 60 affermazioni standard.

Questo punto è importante anche sul piano consulenziale: la certificazione non fotografa genericamente il “clima”, ma rende leggibile la cultura organizzativa nei suoi snodi più rilevanti. Dove la credibilità è fragile, spesso emergono problemi di comunicazione e fiducia nel management. Dove l’equità è debole, si aprono temi di imparzialità, riconoscimento e giustizia percepita. Dove mancano orgoglio e coesione, tendono a ridursi appartenenza, collaborazione e disponibilità a dare un contributo discrezionale.
La domanda “come ottenere la certificazione Great Place to Work” viene spesso affrontata in modo troppo tattico. In realtà, il punto non è solo soddisfare dei requisiti tecnici, ma comprendere la logica del modello. La certificazione non premia una dichiarazione d’intenti: verifica se le persone, in maggioranza e in modo statisticamente affidabile, vivono davvero un’esperienza positiva.
Per questo le aziende che ottengono i risultati migliori sono quasi sempre quelle che non usano la survey come un esercizio episodico, ma come uno strumento di lettura e governo della cultura. In altre parole, la certificazione è più solida quando arriva a valle di una cultura già coerente, o di un percorso di ascolto e miglioramento affrontato con continuità.
Il primo requisito è la somministrazione del questionario Trust Index™, composto da 60 affermazioni standard che indagano le cinque dimensioni del modello. La scala utilizzata è una scala di “verità”, costruita sulla frequenza di comportamenti positivi e non su un generico accordo di principio. Questo rende le risposte più ancorate all’esperienza reale degli ultimi mesi.
Perché i risultati siano considerati validi, il response rate deve essere almeno pari al 50% + 1 della popolazione coinvolta. Non è una soglia formale: serve a garantire che il dato raccolto rappresenti davvero l’organizzazione e non solo una sua parte più motivata o più esposta.
Per ottenere la certificazione, il Trust Index medio deve raggiungere almeno il 60%. Questo è il valore soglia che consente all’azienda di diventare Certified Company, previa verifica degli altri requisiti previsti. Il 60% non va letto come un semplice benchmark aritmetico, ma come una soglia di sufficiente diffusione della fiducia all’interno dell’organizzazione.
Oltre alla partecipazione, il dato deve raggiungere il 95% di significatività statistica. Questo criterio serve a evitare letture distorte e rafforza la credibilità del risultato, sia per l’azienda sia per il mercato. Se un’organizzazione viene certificata, il presupposto è che il risultato sia rappresentativo e non occasionale.
Il processo parte dall’ascolto. È un passaggio che può sembrare scontato, ma non lo è: senza fiducia nello strumento, senza anonimato percepito e senza reale terzietà, la qualità del dato si abbassa. Great Place to Work tutela la riservatezza delle risposte, comunica solo risultati aggregati e non rende visibili dati riconducibili a gruppi troppo piccoli.
Una volta definito il perimetro, il questionario viene somministrato alla popolazione aziendale. Oltre alle 60 affermazioni standard, la survey include demografie e domande aperte utili a interpretare più a fondo le evidenze emerse. Questo consente non solo di misurare la media complessiva, ma anche di leggere eventuali differenze tra gruppi.
L’analisi dei risultati restituisce una fotografia del clima organizzativo e permette di individuare punti di forza, aree critiche e pattern di disomogeneità interna. Qui emerge uno dei principali elementi di valore del framework: non basta sapere “quanto” è alto il risultato medio, conta capire “dove” si concentrano le fragilità e con quali implicazioni organizzative. È qui che la logica Best vs Rest vs media diventa utile: le aziende migliori non si distinguono solo per il punteggio medio, ma per la maggiore coerenza dell’esperienza tra popolazioni diverse.
Accanto alla survey, per la certificazione è richiesto il Culture Brief, che raccoglie informazioni demografiche e organizzative utili a contestualizzare i risultati. È un elemento essenziale per leggere la composizione dell’azienda e validare il perimetro dell’analisi.
Per accedere alla classifica Best Workplaces entra in gioco anche il Culture Audit, cioè lo strumento che permette di comprendere più a fondo pratiche, processi e iniziative che sostengono la cultura aziendale. In questa fase non si guarda solo a ciò che le persone percepiscono, ma anche a ciò che l’organizzazione mette concretamente in campo.
Quando tutti i criteri sono soddisfatti, l’azienda ottiene la certificazione Great Place to Work. Tra le aziende certificate in Italia trovi realtà come AbbVie, Fastweb e Hilti, presenti anche nella classifica Best Workplaces. Puoi consultare l’elenco completo delle aziende certificate per capire il livello medio richiesto
In termini strategici, tuttavia, questo non è il punto finale ma l’inizio di un ciclo: la vera utilità del risultato sta nella capacità di usarlo per consolidare i punti di forza e lavorare in modo mirato sulle aree che limitano fiducia, engagement e performance.
La certificazione e la classifica non coincidono. La certificazione attesta il superamento di una soglia minima di qualità percepita. La classifica Best Workplaces, invece, seleziona le migliori aziende tra quelle certificate. È quindi un livello ulteriore, più competitivo e più selettivo.
Per entrare in classifica non esiste una soglia fissa ulteriore di Trust Index. Le aziende certificate vengono analizzate comparativamente, tenendo conto del livello medio di fiducia, dell’uniformità dell’esperienza tra diverse popolazioni e delle pratiche culturali descritte nel Culture Audit.
Qui si vede bene la differenza tra un ambiente di lavoro semplicemente positivo e uno eccellente. Un’azienda può avere una media buona, ma presentare forti squilibri tra uomini e donne, tra senior e junior, tra chi è in sede e chi opera in contesti diversi. Le Best Workplaces sono quelle che, oltre a ottenere punteggi elevati, riescono a distribuire in modo più omogeneo la qualità dell’esperienza. È questo che rende la cultura organizzativa più robusta, più credibile e meno dipendente da singoli team o singoli leader.
Employer branding
Rafforza la credibilità verso candidati e mercato
Dimostra con dati oggettivi la qualità dell’ambiente di lavoro
Dal punto di vista reputazionale, la certificazione ha valore perché riduce la distanza tra narrazione e prova. Non comunica soltanto che l’azienda ha una certa ambizione culturale, ma che questa ambizione viene riconosciuta dai collaboratori. In un mercato in cui employer branding e employer experience sono sempre più interdipendenti, questa validazione conta.
Il beneficio più importante, però, è interno. La survey rende visibili dinamiche che spesso restano implicite: problemi di leadership, percezioni di iniquità, debolezza nell’ascolto, scarsa coesione. L’uso corretto dei dati aiuta a trasformare un risultato in una roadmap di miglioramento.
Dove la fiducia è più alta, in genere crescono anche intenzione di permanenza, orgoglio di appartenenza, disponibilità a raccomandare l’azienda e capacità di affrontare il cambiamento. Non si tratta solo di clima: sono fattori che incidono direttamente su retention, attrattività e qualità dell’esecuzione organizzativa. Il punto, quindi, non è ottenere un badge, ma costruire un ambiente in cui le persone vogliono restare e contribuire.
Quanto costa la certificazione Great Place to Work?
Il costo della certificazione Great Place to Work varia in funzione della dimensione aziendale, del perimetro della survey e degli eventuali servizi aggiuntivi richiesti. Non esiste quindi un prezzo unico valido per tutte le organizzazioni.
Quanto tempo serve per ottenerla?
I tempi dipendono dalla preparazione del progetto e dalla numerosità della popolazione coinvolta. La survey e la fase di analisi possono svolgersi in tempi relativamente rapidi, ma la qualità del percorso dipende da come viene impostata la fase di ascolto.
Qual è il punteggio minimo per certificarsi?
Per ottenere la certificazione è necessario raggiungere un Trust Index medio pari almeno al 60%, oltre a soddisfare i requisiti di partecipazione e significatività statistica.
Chi può ottenere la certificazione?
Qualsiasi organizzazione può accedere al percorso, purché sia possibile somministrare la survey in modo corretto e soddisfare i criteri metodologici richiesti.
È possibile ottenere la certificazione senza consulenza?
Sì. La certificazione è legata ai risultati e alla metodologia, non all’acquisto obbligatorio di un percorso consulenziale. Tuttavia, molte aziende scelgono un supporto ulteriore per leggere i dati e tradurli in azioni.
Quanti dipendenti servono per partecipare?
Non conta solo il numero assoluto di dipendenti, ma la possibilità di raggiungere partecipazione sufficiente e significatività statistica. Il requisito centrale è la robustezza del dato.
La certificazione è valida a livello internazionale?
Sì. Il modello Trust Index è utilizzato in modo standardizzato a livello globale e consente benchmark comparabili tra Paesi e mercati.
La certificazione ha una scadenza?
Sì. La certificazione ha validità annuale, perché la cultura organizzativa non è un patrimonio statico: va misurata e confermata nel tempo.
Great Place to Work
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